L’esistenza è una nozione lecita a prescindere dagli oggetti?

Per comprendere bene la relazione tra l’esistenza e gli oggetti è utile fare riferimento alla seguente ipotetica situazione.

Supponiamo di voler indagare la nozione del mangiare. Ci rendiamo immediatamente conto di non poterlo fare senza identificare prima a quale essere, specie o genere tale azione appartenga.

La ragione è semplice: viene prima colui che mangia dell’azione stessa del mangiare, la quale non può sussistere da sola. In questo senso qualsiasi indagine si porti avanti su di essa non potrà prescindere dall’oggetto (in questo caso vivente) che la compie.

Ora facciamo riferimento all’esistenza, e in particolare alla sua seguente definizione intuitiva e semplificata:

L’esistenza è ciò che consente a qualcosa di essere riconosciuto come presente dalla nostra mente.

Se abbiamo di fronte a noi un tavolo, l’esistenza sarà dunque ciò che ci consente di appurarne la presenza.

Se a questo punto volessimo indagare tale esistenza non potremo prescindere dall’oggetto a cui essa si riferisce, e quindi dal tavolo che abbiamo di fronte.

Ma è proprio vera quest’ultima affermazione? Può valere per la nozione dell’esistenza ciò che abbiamo visto valere in precedenza per la nozione del mangiare? È cioè davvero impossibile riferirsi all’esistenza come ad un soggetto, a prescindere dagli oggetti nei quali si esprime?

Certo che no.

Nel caso dell’esistenza il rapporto oggetto/proprietà si ribalta. Non ha alcun senso infatti considerare prima l’oggetto e solo successivamente la sua capacità di esistere.

Ne consegue che facendo nostro questo punto di vista arriviamo alla conclusione che l’unico modo logico di porsi di fronte agli oggetti è considerarli come un’espressione dell’esistenza.

In questi termini riportare ogni forma e ogni dinamica dell’universo all’esistenza, non solo appare lecito e corretto, ma perfino indispensabile.

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