La casualità nella scienza

Se lasciamo un oggetto sospeso nell’aria: che sia un sasso, una piuma o un metallo lo vedremo comunque dirigersi verso il suolo. Naturalmente possiamo accettare tutto questo con disinteresse oppure cercarne una spiegazione. In quest’ultimo caso il nostro compito sarà quello di proporre una descrizione dell’evento che fornisca il maggior numero di informazioni aggiuntive rispetto alle sole che possiamo già attribuirgli dalla semplice osservazione.

In questi termini affermare che gli oggetti cadano al suolo ubbidendo alla volontà di Dio non rappresenterebbe una spiegazione molto utile proprio perché ci impedirebbe di vedere nella loro caduta molte più cose di quelle che già individuiamo al primo sguardo. E questo varrebbe in misura ancora maggiore se attribuissimo al termine “Dio” la sola caratteristica di essere ciò che fa cadere gli oggetti al suolo.

Asserire invece come fatto da Newton che esiste una forza attrattiva, detta di gravità, esercitata vicendevolmente da ogni coppia di masse a seconda della loro grandezza e della reciproca distanza, ci dice molte più cose di quelle che possiamo trarre da una semplice osservazione. Ad esempio ci permette di affermare che lo stesso oggetto che sulla Terra vediamo cadere con una certa velocità, sulla Luna cadrebbe dalla medesima altezza molto più lentamente, per via del fatto che la Terra, essendo molto più grande della Luna, produrrà anche una forza attrattiva maggiore.

La scienza, come si intuisce facilmente, nasce per fornire spiegazioni agli eventi che vediamo accadere, e quindi il suo scopo è e deve essere quello di fornire il maggior numero possibile di informazioni sulla natura. Osservare un evento naturale e rinunciare a darne una qualsivoglia spiegazione è in questo senso un atteggiamento sfacciatamente antiscientifico. Eppure vi è tutto un ambito della scienza dove un simile atteggiamento ha avuto grande successo. Mi riferisco all’uso improprio che viene fatto nel contesto fisico della nozione di caso, o casualità. Ma vediamo più attentamente come stanno le cose.

Se lanciamo una moneta in aria, cadendo al suolo finirà per mostrare la faccia “testa” o quella “croce”. Siamo in altre parole di fronte a quel tipo di eventi che la scienza descrive come “casuale”, riferendosi al fatto che non siamo in grado di prevederne l’esito in anticipo.

Nell’esempio qui considerato ciò non è propriamente vero perché se potessimo conoscere il momento, la posizione, la forza e la direzione del lancio della moneta, e conoscessimo tutti gli altri parametri fisici in gioco, potremmo stabilire in anticipo il suo esito. In questa circostanza dovremo parlare più propriamente di un evento casuale epistemico, ovvero di un evento il cui esito risulta impredicibile solo a causa dell’impossibilità di conoscere l’enorme numero di dati richiesti per il suo calcolo.

Eventi casuali non epistemici sono invece quelli il cui esito risulta impredicibile proprio per il tipo di fenomeno naturale coinvolto, a prescindere quindi dai dati in gioco e dalla possibilità pratica di conoscerli prima e di elaborarli poi.

Ad ogni modo, a prescindere dal loro essere epistemici o meno, la peculiarità degli eventi casuali è quella di poter vedere assegnati ai loro esiti una specifica probabilità che, secondo quanto stabilito dalla legge dei grandi numeri, tenderà poi a verificarsi con una precisione maggiore al crescere delle loro ripetizioni, e senza manifestare alcuna regolarità e quindi prevedibilità.

Nell’esempio precedente della moneta gli esiti possibili “testa” e “croce” avranno la stessa probabilità di verificarsi. E questo significa che al crescere del numero dei lanci dovremo aspettarci un numero di esiti “testa” sempre più prossimo al numero degli esiti “croce”, con un’alternanza del singolo esito che si manterrà sempre imprevedibile da un lancio all’altro.

Anche se un simile comportamento ci sembra del tutto naturale nasconde un’insidia piuttosto grande: il fatto cioè che l’evento casuale considerato si ripete ogni singola volta in modo indipendentemente da quella precedente.

Cosa permette a ripetizioni indipendenti di un evento casuale, come il lancio di una moneta, di bilanciarsi l’un l’altra in modo da soddisfare la legge dei grandi numeri? E cosa garantisce la completa assenza di regolarità negli esiti ottenuti nelle diverse ripetizioni?

Secondo la scienza ufficiale entrambe le domande presentano la medesima risposta, ovvero il caso. Ma cos’è il caso?

Naturalmente nulla viene detto in proposito, e nulla viene attribuito al caso se non di essere ciò che permette agli eventi casuali di distribuirsi secondo la probabilità loro assegnata e senza manifestare alcuna regolarità.

In un senso molto pratico e concreto le discipline scientifiche hanno irresponsabilmente evitato ogni approfondimento della nozione caso, come se nel parallelo visto per la caduta degli oggetti, invece che seguire le ipotesi di Newton, gli scienziati si fossero limitati ad accettare l’idea che fosse Dio a farli precipitare al suolo.

Il fatto che gli scienziati degli ultimi secoli non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa problematica, dimostra una volta di più come non si possa fare scienza in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, ed esplorando tutte le implicazioni connesse ad ogni singola affermazione.

Per vedere come sia possibile superare il problema della “casualità” dando una spiegazione effettiva ai fenomeni qui considerati, si può fare riferimento al mio libro: “Le leggi dell’esistenza”.

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