In noi convivono più osservatori?

Per comprendere meglio questa domanda dobbiamo considerare che l’essere osservatori è proprio ciò che ci rende quello che siamo: ovvero è quello che caratterizza davvero la nostra essenza, e che si mantiene unico e immutato. In questo senso la domanda in oggetto mette in dubbio il fatto che l’essere osservatori sia qualcosa di davvero unico.

Prima di arrivare alla risposta è utile osservare come la nostra esperienza si riconduca a:

1) Colui che osserva
2) L’atto dell’osservare
3) Ciò che è osservato

Noi non possiamo essere ciò che è osservato, ovvero le percezioni che sperimentiamo, perché se così fosse noi non avremmo un’unica identità, muteremmo al mutare delle nostre percezioni e non ci sarebbe un io.

Non possiamo essere l’atto dell’osservare perché è un atto impersonale che non ci qualifica in alcun modo come individui.

Siamo invece colui che osserva, il quale attraverso l’atto dell’osservare si trova dunque ad essere il collante di tutte le percezioni osservate. Ha quindi senso affermare che tutte le percezioni fanno riferimento ad un io (inteso appunto come il destinatario dell’osservazione: colui che osserva).

Se ci fossero più osservatori, ciascuno di essi non potrebbe sapere nulla dell’altro.

D’altro canto anche credere di sperimentare osservatori distinti non proverebbe nulla, ma rimanderebbe semplicemente all’esistenza di un ulteriore osservatore capace di sperimentarli tutti in momenti successivi, ma questi “osservatori distinti” in quanto sperimentati e quindi come oggetto di osservazione andrebbero classificati più correttamente come percezioni.

Detto in altre parole: credere di sperimentare osservatori distinti in momenti successivi non significa essere “costituiti” da osservatori veramente distinti. In sostanza anche in un caso di quel tipo ci troveremmo di fronte ad un insieme di percezioni sperimentate da un unico osservatore.

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