I paradigmi della mente e la loro consistenza scientifica

Per comprendere un aspetto molto delicato riguardo i paradigmi della mente risulta utile indagare la seguente ipotetica situazione.

Consideriamo una persona che ritiene la propria individualità capace di mantenersi identica nel tempo, e un’altra che la ritiene invece in continuo cambiamento.

Chiediamoci se in un caso come questo sia possibile stabilire chi abbia ragione tra le suddette persone, sempre che abbia senso porsi un tale obiettivo, e quindi sia possibile pervenire ad una verità oggettiva legata alla nostra individualità.

La questione sembra spinosa e davvero problematica, e la sua risoluzione è necessaria se da analisi del nostro contenuto mentale non vogliamo far dipendere semplicemente l’esito di una discussione estemporanea, bensì un intero paradigma scientifico.

La verità e che sottoposto ad un’attenta ed onesta analisi il problema qui esposto si rivela facilmente superabile, ma per scoprire come dobbiamo indagare più a fondo i diversi ambiti nei quali le persone riescono effettivamente ad accordarsi tra loro.

Consideriamo per primo l’ambito delle scienze esatte. Se in un simile contesto siamo interessati a dimostrare una proprietà matematica, dovremo riuscire a raggiungerla attraverso dei precisi ragionamenti. In sostanza a sancire la sua esattezza sarà la possibilità di confermarla per via deduttiva.

Una cosa simile accade anche nell’ambito delle scienze sperimentali. Ad esempio se vogliamo mettere alla prova una certa teoria fisica, dovremo mettere a punto degli esperimenti in grado di mostrarne l’azione. In sostanza dovremo rendere possibile una sua conferma per via sperimentale.

Lo stesso accade nella vita di tutti i giorni quando comunichiamo tra di noi. Ad esempio se il nostro scopo è convincere un’altra persona che ha un certo oggetto davanti a sé, dovremo chiederle di appurarlo attraverso il suo senso della vista. In sostanza in questo caso dovremo cercare una sua conferma per via sensoriale.

Ma cosa accadrebbe in tutti questi ambiti se avessimo a che fare con persone che rinnegano tali conferme o scelgono di reputarle insufficienti?

Detto in termini più espliciti: se facciamo notare ad una persona che una proprietà matematica può essere ottenuta attraverso dei passaggi logici rigorosi e essa nonostante questo si rifiuta di considerarla vera, cosa potremo fare per convincerla?

Oppure se le mostriamo un esperimento il cui risultato conferma una data teoria fisica, ma essa pur vedendolo afferma che questa continua ad essere supportata da pure fantasie, come potremo farla ragionare?

Oppure se le diciamo che davanti a sé ha un dato oggetto, ma essa pur vedendolo afferma che non esiste, in che modo potremo farle cambiare idea?

Questi esempi ci fanno capire che a livello più profondo la comunicazione tra le persone è possibile solo se queste si comportano in modo ragionevole, prendendo atto di quando all’interno delle loro percezioni si produce una conferma (o una contraddizione) su qualcosa.

Lo stesso discorso qui esposto per la realtà esterna alla nostra mente può essere esteso pari pari per le analisi che riguardano direttamente la realtà interna. In sostanza anche quando l’oggetto della nostra indagine è costituito dalle percezioni mentali, tutto quello che dobbiamo fare è prendere atto onestamente e ragionevolmente del prodursi di eventuali conferme e contraddizioni.

La differenza principale tra i suddetti contesti sta nel fatto che quando ad essere analizzata è la realtà esterna alla mente risulta più facile indirizzare le persone verso la proprietà indagata: che sia una proprietà matematica, una teoria fisica o la presenza di un oggetto.

Quando ad essere indagate sono le proprietà della mente, indirizzare verso di loro le persone risulta molto più delicato e difficile, ed è necessario fornire loro la conoscenza adeguata per muoversi correttamente all’interno del marasma delle percezioni mentali.

Per comprendere ad esempio quale sia la verità connessa alla nostra individualità dovremo prima rendere chiaro cosa essa sia veramente, perché solo in quel modo permetteremo una sua corretta identificazione all’interno delle varie percezioni mentali.

Vediamo allora come si deve procedere.

Per prima cosa dobbiamo chiarire che l’individualità non è altro che quel modo di essere destinatario di ogni pensiero, di ogni emozione, e di ogni attività nervosa che sperimentiamo, nel preciso senso che rappresenta quel collante che ci permette di identificare ogni esperienza avuta come un’esperienza che abbiamo avuto NOI in quanto individui.

Ne consegue che per comprendere se abbiamo un’individualità capace di conservarsi uguale a sé stessa dovremo chiederci in modo onesto e ragionevole se esiste effettivamente qualcosa che faccia da collante a tutte le esperienze avute permettendoci di catalogarle come NOSTRE.

È quindi in errore chi afferma di aver sperimentato diverse individualità solo perché ritiene di aver avuto nel corso del tempo alterne opinioni, diversi modi di vedere le cose e differenti capacità di relazionarsi con gli altri.

In sostanza ci troviamo di fronte a qualcuno che non indagando correttamente dentro sé stesso confonde pensieri, emozioni e altre varie attività nervose con la propria individualità, quando invece la propria individualità è quel “colui” che osserva i pensieri le emozioni e le altre varie attività nervose, che in quanto tali possono mutare nel corso del tempo, senza che a mutare sia l’osservatore stesso.

Il discorso fatto finora mostra come i paradigmi della mente permettano di sviluppare delle scienze dotate dello stesso livello di oggettività di quelle attuali, purché si acquisisca il giusto modo di procedere nelle osservazioni.

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