Category Archives: 6) Risposte Sui Temi Esistenziali

Qui potrete trovare le risposte alle domande che hanno per oggetto temi esistenziali.

Le forme e le dinamiche delle nostre percezioni descrivono davvero ciò che esiste fuori dalla nostra mente?

Quando ci relazioniamo con l’universo, diamo per scontato che ciò che vediamo, ascoltiamo … sia proprio qualcosa di esterno a noi. In sostanza se vediamo un tavolo pensiamo che esista davvero un tavolo davanti a noi, e che abbia proprio la forma con cui noi lo stiamo osservando.

In verità la cose non stanno esattamente così, perché il tavolo responsabile dell’immagine che osserviamo, potrebbe essere qualcosa di completamente diverso da come ci appare, semplicemente perché ciò che osserviamo rappresenta il risultato di come il nostro cervello è in grado di costruire le immagini, i suoni, gli odori …

Sorge così spontaneo l’interrogativo se sia lecito attribuire le forme e le dinamiche che popolano le nostre percezioni alle forme e alle dinamiche degli oggetti che esistono al di fuori della nostra mente e che interagiscono con i nostri sensi.

La risposta è fortunatamente affermativa, ma per comprenderne le ragioni dobbiamo chiamare in causa la nostra capacità di interagire con la realtà.

Per prima cosa notiamo che se quello che i nostri sensi rappresentassero dell’esterno non fosse preciso, sicuramente avremmo delle difficoltà a interagire con la realtà, e magari non saremmo neppure in grado di sopravvivere.

Il discorso si fa ancora più stringente se consideriamo che la nostra interazione con la realtà non si è limitata alla mera sopravvivenza ma ci ha permesso di raggiungere una comprensione dei fenomeni naturali tanto ampia da sviluppare una scienza e una tecnologia davvero considerevoli.

Tale capacità di comprendere, o poter comprendere, il funzionamento della realtà implica che ci debba per forza essere una corrispondenza biunivoca tra gli elementi del mondo esterno e quelli che è in grado di associargli la nostra mente.

In pratica le differenti forme e dinamiche che sperimentiamo attraverso le percezioni devono potersi riferire a talune forme e dinamiche esistenti all’esterno e solo a quelle, perché solo a questa condizione diviene possibile cogliere le eventuali regolarità che caratterizzano le leggi della natura.

In questo senso non importa che le forme e le dinamiche che noi percepiamo siano esattamente quelle di cui è dotata la realtà, e che quindi il tavolo sia davvero come lo immaginiamo anche al di fuori della nostra mente. Importa invece che la forma che abbiamo colto di esso ci permetta di accedere a quella e a solo quella forma che lui possiede nella realtà.

Ed è proprio questa corrispondenza che ci autorizza ad attribuire direttamente e in modo ingenuo le forme e le dinamiche delle nostre percezioni alle forme e alle dinamiche che popolano il mondo esterno.

L’universo è davvero l’espressione dell’esistenza?

Per comprendere appieno la relazione tra l’universo e l’esistenza, dobbiamo approfondire le proprietà di quest’ultima.

Sappiamo che l’esistenza è immanente, ovvero che è in tutto ciò che costituisce l’universo.

Sappiamo anche che l’esistenza trascende le forme e le dinamiche con cui detto universo si manifesta, in quanto il nostro sistema nervoso pur capace di riconoscere direttamente le forme e le dinamiche ha bisogno di un’operazione di confronto per stabilire se una data cosa è presente.

Il fatto che l’esistenza sia immanente all’universo e al contempo ne trascenda le forme e le dinamiche comporta essenzialmente il suo porsi rispetto ad esso come un tutt’uno immutabile.

Infatti se l’esistenza non trascendesse le forme, e noi avessimo davanti un tavolo e una sedia sarebbe legittimo sostenere che una cosa è l’esistenza di quel tavolo e un’altra l’esistenza di quella sedia. Detto in altre parole: ogni forma sarebbe dotata di una propria esistenza.

Allo stesso modo se l’esistenza non trascendesse le dinamiche, e noi avessimo davanti due palle che si muovono in modo differente, sarebbe legittimo sostenere che una cosa è l’esistenza del primo movimento e un’altra l’esistenza del secondo. Detto in altre parole ogni dinamica sarebbe dotata di una propria esistenza.

Poiché invece l’esistenza trascende sia le forme che le dinamiche nasce un problema: l’esistenza è in tutto ciò che è l’universo, ma mentre essa stessa è una e immutabile, l’universo risulta essere molteplice e mutabile.

Come possono convivere queste due cose?

La risposta è che l’esistenza pur essendo una e immutabile, lo è come il risultato di diverse ricchezze che la compongono, così come avviene per il colore bianco anch’esso uno e immutabile e anch’esso il risultato di tutti i colori che lo compongono.

In pratica l’universo è costituito dalle ricchezze intrinseche che l’esistenza abbina come contemporanee (costruzione delle forme) e come successive (costruzione delle dinamiche), dando l’illusione del tempo e dello spazio.

In questi termini il tipo di sostanze che sperimentiamo direttamente come percezioni e indirettamente come causa di tali percezioni (mi riferisco alle cose che si mostrano esistenti ai nostri sensi) sono semplicemente ciò di cui è composta l’esistenza, e che essa si trova ad esprimere dando luogo alla molteplicità e alla mutabilità.

L’esistenza è una nozione lecita a prescindere dagli oggetti?

Per comprendere bene la relazione tra l’esistenza e gli oggetti è utile fare riferimento alla seguente ipotetica situazione.

Supponiamo di voler indagare la nozione del mangiare. Ci rendiamo immediatamente conto di non poterlo fare senza identificare prima a quale essere, specie o genere tale azione appartenga.

La ragione è semplice: viene prima colui che mangia dell’azione stessa del mangiare, la quale non può sussistere da sola. In questo senso qualsiasi indagine si porti avanti su di essa non potrà prescindere dall’oggetto (in questo caso vivente) che la compie.

Ora facciamo riferimento all’esistenza, e in particolare alla sua seguente definizione intuitiva e semplificata:

L’esistenza è ciò che consente a qualcosa di essere riconosciuto come presente dalla nostra mente.

Se abbiamo di fronte a noi un tavolo, l’esistenza sarà dunque ciò che ci consente di appurarne la presenza.

Se a questo punto volessimo indagare tale esistenza non potremo prescindere dall’oggetto a cui essa si riferisce, e quindi dal tavolo che abbiamo di fronte.

Ma è proprio vera quest’ultima affermazione? Può valere per la nozione dell’esistenza ciò che abbiamo visto valere in precedenza per la nozione del mangiare? È cioè davvero impossibile riferirsi all’esistenza come ad un soggetto, a prescindere dagli oggetti nei quali si esprime?

Certo che no.

Nel caso dell’esistenza il rapporto oggetto/proprietà si ribalta. Non ha alcun senso infatti considerare prima l’oggetto e solo successivamente la sua capacità di esistere.

Ne consegue che facendo nostro questo punto di vista arriviamo alla conclusione che l’unico modo logico di porsi di fronte agli oggetti è considerarli come un’espressione dell’esistenza.

In questi termini riportare ogni forma e ogni dinamica dell’universo all’esistenza, non solo appare lecito e corretto, ma perfino indispensabile.

L’esistenza è una nozione lecita anche se non rappresentabile?

Di primo acchito l’esistenza sembra davvero qualcosa di non rappresentabile dalla nostra mente nel preciso senso che se cerchiamo di rappresentarla in qualche modo non sappiamo a quali forme e quali dinamiche fare riferimento.

Il problema è di primaria importanza perché la mente non è in grado di gestire logicamente le nozioni che sfuggono alle sue rappresentazioni, in quanto non può relazionarle con altre nozioni e determinare quelle che le confermano e quelle che le contraddicono.

Fortunatamente l’esistenza rientra nell’ambito delle nozioni rappresentabili mentalmente anche se in modo non diretto, come d’altro canto risulta evidente se facciamo riferimento alla sue seguente definizione intuitiva e semplificata:

L’esistenza è ciò che consente a qualcosa di essere riconosciuto come presente dalla nostra mente.

Infatti stando a questa definizione potremo rappresentare l’esistenza attraverso la percezione della conferma che segue una normale operazione di confronto tra oggetti rappresentabili.

In questo senso se abbiamo di fronte a noi un tavolo, potremo rappresentare la sua esistenza nella percezione della conferma che otteniamo quando confrontiamo la nostra nozione di tavolo con ciò che il senso della vista di permetterà di osservare.

In noi convivono più osservatori?

Per comprendere meglio questa domanda dobbiamo considerare che l’essere osservatori è proprio ciò che ci rende quello che siamo: ovvero è quello che caratterizza davvero la nostra essenza, e che si mantiene unico e immutato. In questo senso la domanda in oggetto mette in dubbio il fatto che l’essere osservatori sia qualcosa di davvero unico.

Prima di arrivare alla risposta è utile osservare come la nostra esperienza si riconduca a:

1) Colui che osserva
2) L’atto dell’osservare
3) Ciò che è osservato

Noi non possiamo essere ciò che è osservato, ovvero le percezioni che sperimentiamo, perché se così fosse noi non avremmo un’unica identità, muteremmo al mutare delle nostre percezioni e non ci sarebbe un io.

Non possiamo essere l’atto dell’osservare perché è un atto impersonale che non ci qualifica in alcun modo come individui.

Siamo invece colui che osserva, il quale attraverso l’atto dell’osservare si trova dunque ad essere il collante di tutte le percezioni osservate. Ha quindi senso affermare che tutte le percezioni fanno riferimento ad un io (inteso appunto come il destinatario dell’osservazione: colui che osserva).

Se ci fossero più osservatori, ciascuno di essi non potrebbe sapere nulla dell’altro.

D’altro canto anche credere di sperimentare osservatori distinti non proverebbe nulla, ma rimanderebbe semplicemente all’esistenza di un ulteriore osservatore capace di sperimentarli tutti in momenti successivi, ma questi “osservatori distinti” in quanto sperimentati e quindi come oggetto di osservazione andrebbero classificati più correttamente come percezioni.

Detto in altre parole: credere di sperimentare osservatori distinti in momenti successivi non significa essere “costituiti” da osservatori veramente distinti. In sostanza anche in un caso di quel tipo ci troveremmo di fronte ad un insieme di percezioni sperimentate da un unico osservatore.