Category Archives: 3) Problemi Su Dio

Qui potrete trovare le pagine nelle quali affronto le problematiche relative alla figura di Dio

Dio è buono

Sebbene all’interno delle religioni Dio assuma spesso il ruolo di giudice a volte severo della nostra condotta e quindi sia in grado di incutere timore e paura, i credenti lo considerano buono: sommamente buono.

Il motivo di questo stato di cose è piuttosto semplice da capire e dipende dal fatto che i credenti hanno bisogno di vedere Dio come un rifugio, una speranza, una risorsa, un punto di riferimento per sentirsi più forti, protetti, e dare infine un senso alla loro esistenza. E un Dio percepito come cattivo non riuscirebbe ad accogliere in sé nessuna di queste prerogative.

Diversa è la posizione degli studiosi che per ruolo e funzione sono chiamati a dover dare sempre e comunque una spiegazione sul come e sul perché certe caratteristiche possano o non possano essere attribuite a Dio. E tutto questo è ancora più vero e stringente nel caso qui esaminato della presunta bontà di Dio, perlomeno se si accetta la visione secondo la quale egli ci assegni premi e punizioni eterne dopo la vita terrena.

Quello che deve essere compreso a questo proposito è che risulta piuttosto difficile sostenere che Dio possa davvero essere buono se al contempo lo riteniamo capace di infliggerci punizioni atroci addirittura per tutta l’eternità. Ma vediamone il motivo in modo più approfondito.

Il fatto è che neppure noi esseri umani, che non siamo propriamente degli angeli, puniremmo in eterno qualcuno, se non altro perché dopo milioni di anni ogni nostra sete di giustizia e vendetta avrà comunque avuto modo di placarsi e perdere di significato. Allora perché un Dio buono dovrebbe accanirsi in eterno contro degli esseri che lui stesso a creato, e che per giunta hanno commesso degli errori solo perché lui li ha voluti imperfetti?

Siamo di fronte a un dilemma piuttosto serio che ha impegnato molto a lungo e molto severamente gli studiosi credenti, i quali però non hanno prodotto di meglio dell’affermazione secondo la quale Dio ha deciso di dare il massimo valore proprio alla nostra libertà di scelta. In questo senso per trattenerci dal perpetrare il male non avrebbe avuto altro mezzo se non quello di spaventarci con la terribile minaccia di un castigo infernale senza pausa né fine.

Il problema di una simile posizione è che il Dio che ne viene fuori non potrà comunque essere considerato sommamente buono, ma piuttosto sommamente permissivo. Infatti chi è buono, e lo è nel senso più pieno del termine, non si limita a non commettere il male in prima persona, ma impedisce che possa essere commesso da altri, perlomeno se è in grado di evitarlo. In questo senso nessuno definirebbe buono un Dio che in virtù del libero arbitrio concesso agli esseri umani permettesse il perpetrarsi del male, esattamente come nessuno definirebbe buona una persona che invece di impedire un crimine se ne lavasse le mani lasciandolo accadere.

Per questa ragione allo stato attuale della conoscenza non si può sostenere con cognizione di causa come invece fanno gli studiosi credenti che Dio sia sommamente buono, e che il male sia interamente riconducibile a noi esseri umani e alla possibilità che lui ci ha concesso di scegliere liberamente.

Il fatto che gli studiosi credenti non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa tematica, dimostra una volta di più come non ci si possa occupare di Dio in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, e senza cercare una spiegazione razionale ed esauriente a tutte le questioni che lo riguardino.

Per vedere come vadano inquadrate correttamente le caratteristiche di Dio in base al bene e al male presenti nel mondo, si può fare riferimento al mio libro: “Tutte le verità su Dio”.

Dio è malvagio

Che il male imperversi in lungo e in largo nel mondo senza incontrare troppi ostacoli lungo il suo cammino sembra ormai una constatazione banale se non addirittura ovvia e scontata. A crimini, ingiustizie, guerre e sopraffazioni si unisce infatti lo sfogarsi degli elementi più distruttivi della natura quali tempeste, alluvioni, terremoti ed eruzioni vulcaniche.

Tuttavia quello che colpisce maggiormente il nostro senso morale sono le tragedie che vediamo accanirsi impietosamente contro gli innocenti, i poveri e i bisognosi, perché sono proprio questi accadimenti a stridere in maniera più forte e aspra con il moto di compassione e il senso di giustizia che ci animano intimamente. Sentiamo nel profondo che se ne avessimo il potere impediremmo sicuramente il verificarsi di tutto questo dolore gratuito. Ma i buoni propositi servono a poco in un mondo come il nostro dove questi scempi sono accaduti, accadono e continueranno ad accadere che a noi piaccia o meno.

Data la crudezza di simili considerazioni, non sorprende siano state fatte proprie dagli studiosi atei, i quali le chiamano in causa per sostenere che se pure un Dio esistesse per davvero, si qualificherebbe più propriamente come sadico e crudele piuttosto che come sommamente buono, checché ne dicano le scritture religiose e le intime percezioni dei credenti.

Una simile posizione da parte degli studiosi atei risulta tuttavia del tutto erronea per via delle ragioni che stiamo per esaminare.

Innanzitutto va detto che molte delle cose che consideriamo orribili, ci appaiono tali solo a causa di una nostra prospettiva incompleta e povera di informazioni. In buona sostanza la nostra ignoranza ci impedisce di dare un giudizio di merito davvero affidabile e consapevole di quanto vediamo accadere perché nulla di davvero profondo può dirsi di un evento senza conoscerne le conseguenze a lungo termine e quelle che si sarebbero prodotte in uno scenario alternativo.

Prendiamo ad esempio l’impiego delle bombe atomiche alla fine della seconda guerra mondiale. Siamo certamente di fronte ad un crimine atroce contro popolazioni civili inermi e incolpevoli. E anche se si tratta di un’azione compiuta durante una guerra particolarmente feroce, sembra piuttosto arduo classificarla come qualcosa di diverso da un atto empio ed inumano. Eppure è del tutto verosimile che se l’umanità non avesse conosciuto in quell’occasione l’effetto distruttivo degli arsenali atomici, lo avrebbe conosciuto in altre occasioni, che sarebbero potute essere ben più drammatiche e definitive.

Questo è solo un esempio, se vogliamo limite, ma mostra piuttosto chiaramente che anche qualcosa che sembrava oggettivamente deprecabile come l’impiego delle armi atomiche durante l’ultimo conflitto mondiale possa apparire tale solo sulla base di informazioni limitate.

Altro punto importante da osservare è che non solo abbiamo una conoscenza limitata di quello che si verifica sul nostro piano materiale, ma siamo del tutto ignari di ciò che dovesse avvenire oltre di esso.
Prendiamo ad esempio la morte di un neonato. Anche se a noi sembra un evento davvero terribile, non la penseremmo certamente allo stesso modo se potessimo percepire la sua anima che si dirige verso un piano ultraterreno caratterizzato da gioie e soddisfazioni ben maggiori di quelle a cui sarebbe andato incontro sulla Terra.

Quanto visto ci fa comprendere come i nostri giudizi sui fatti del mondo non possano avere una valenza oggettiva tantomeno assoluta, e per questo non dovrebbero né potrebbero essere usati dagli studiosi atei per giudicare Dio, il quale se esiste è a conoscenza a differenza nostra di tutte le informazioni possibili, ed è il solo che può giudicare se qualcosa sia giusta o sbagliata, buona o cattiva.

Il fatto che gli studiosi atei non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa tematica, dimostra una volta di più come non ci si possa occupare di Dio in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, e senza cercare una spiegazione razionale ed esauriente a tutte le questioni che lo riguardino.

Per comprendere quale sia il modo corretto per inquadrare il male e il suo rapporto con Dio, si può fare riferimento al mio libro: “Tutte le verità su Dio”.

Dio è necessario all’universo

Dio non è presentato ai credenti solo e semplicemente come il creatore dell’universo, ma anche e sopratutto come il fondamento su cui ogni altra cosa si regge. In questi termini i credenti considerano Dio la causa necessaria di ogni altra, ovvero colui senza il quale nient’altro esisterebbe.

In buona sostanza un universo senza Dio non sarebbe pensabile né potrebbe essere concepito, perché privo della potenza sufficiente per contrapporsi al nulla. Il nulla è in ultima analisi la vera condizione antitetica a Dio, e poiché il nulla non è, ad esserci sarà Dio e in modo necessario.

Se una simile argomentazione può soddisfare i credenti, ed evitare che sentano il bisogno di mettere in discussione il ruolo di Dio quale ente necessario all’esistenza di ogni altra, diverso è invece il caso degli studiosi, i quali sono proprio chiamati ad affrontare queste delicate questioni.

A rendere particolarmente delicata la suddetta questione è il fatto che se attribuiamo a Dio la proprietà di essere colui da cui ogni altra cosa ha avuto origine, ci esponiamo alla domanda ricorsiva di chi o cosa sia responsabile della sua di origine. In questo senso impiegare Dio per dare una risposta a cosa abbia originato l’universo non fornisce di fatto alcun utile contributo alla nostra conoscenza, e viene a costituire un’affermazione vuota di contenuto che lascia aperto proprio lo stesso mistero che avrebbe voluto risolvere, spostandolo semplicemente di un ulteriore livello più in là.

Quello che gli studiosi credenti dovrebbero fare per apportare un utile contributo allo stato della nostra conoscenza, e quindi dare sostanza all’affermazione secondo la quale Dio costituirebbe la causa di tutto, è spiegare in che modo ogni cosa si sia generata da lui.

Va osservato come per raggiungere un siffatto obiettivo non basti elaborare un’argomentazione astratta più o meno convincente di come l’universo sarebbe entrato in esistenza per mezzo di Dio, ma è altresì necessario riportare e ricondurre ogni passaggio di tale descrizione allo studio di fenomeni osservabili e ripetibili presenti nel nostro universo. Detto altrimenti: una qualsiasi spiegazione data in proposito che però non potesse essere rimandata a nulla di conoscibile e verificabile concretamente si delineerebbe come arbitraria e quindi ingiustificata.

È inutile dire che questo obiettivo non è ancora stato raggiunto, e quindi all’attuale stato della conoscenza non si può sostenere con cognizione di causa come invece fanno gli studiosi credenti che Dio costituisca la causa di ogni cosa e che dunque sia esso stesso necessario all’esistere dell’universo.

Il fatto che gli studiosi credenti non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa tematica, dimostra una volta di più come non ci si possa occupare di Dio in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, e senza cercare una spiegazione razionale ed esauriente a tutte le questioni che lo riguardino.

Per vedere come sia possibile dare una spiegazione soddisfacente al rapporto di necessità che lega Dio all’universo, si può fare riferimento ai miei libri: “Tutte le verità su Dio” e “La natura dell’esistenza”.

Dio è superfluo all’universo

La scienza negli ultimi secoli ha fatto molti notevoli passi avanti nella comprensione dell’origine dell’universo. E sebbene su quest’importante tema si proceda principalmente per ipotesi, corroborate da osservazioni sperimentali più o meno significative, sono stati fati alcuni interessanti tentativi per liberare quest’ambito dalla presenza di Dio.

Uno di questi tentativi è stato quello di sottrarre la “creazione” dalla dimensione temporale, delineando un contesto nel quale il nostro universo possa non essersi originato a partire da uno specifico istante del tempo. Per comprendere il perché di un simile tentativo, che al principio potrebbe apparire estraniante, dobbiamo considerare che un universo venuto in esistenza in un preciso momento renderebbe lecito chiedersi come mai abbia iniziato ad esistere proprio in quell’istante e non in un qualsiasi altro. In un senso molto pratico e concreto ciò rimanderebbe all’intervento di un creatore ad esso preesistente, dotato di una specifica volontà.

Il bisogno della scienza contemporanea di escludere Dio dalle proprie ipotesi di lavoro ha la sua piena giustificazione nell’impossibilità di inserirlo in una trattazione rigorosa e naturale dell’universo. La scienza in altre parole non è ancora in grado nella sua attuale formulazione di gestire oggetti metafisici quali Dio, e si limita a proseguire la propria indagine nella sola direzione che le è consentita.

Consapevoli di questa situazione alcuni studiosi atei parlano di Dio come di una nozione ormai superata, e sostengono che la scienza abbia nel corso dei secoli data ampia dimostrazione di come sia possibile fornire una spiegazione ad ogni cosa senza doversi appellare ad un qualche principio trascendente, vago e metafisico.

Sfortunatamente per questi studiosi una simile posizione va considerata del tutto prematura dal momento che la scienza contemporanea non è ancora riuscita a spiegare tutte le cose che avvengono in natura. Tra l’altro il raggiungimento di una piena comprensione dell’universo capace di rendere Dio superfluo non può neppure essere data per scontata per il solo fatto che fino ad oggi siamo riusciti a fare enormi progressi scientifici senza servircene.

Infatti niente e nessuno garantisce che le cose debbano sempre andare in questo modo, a maggior ragione se consideriamo il continuo accumularsi di problemi all’interno della scienza contemporanea. Mi riferisco ad esempio ai gravi e inspiegabili paradossi che sono emersi nello studio delle particelle microscopiche, a cui le attuali concezioni scientifiche non hanno saputo porre rimedio, lasciandoci con una comprensione sullo stato fondamentale della realtà del tutto inaccettabile.

Ne consegue che un attento esame dello stato di salute della scienza contemporanea invece di suggerire l’idea di essere sempre più vicini ad una piena comprensione della natura, sembra indicare all’opposto il bisogno di una profonda rivisitazione concettuale del nostro intero apparato scientifico, come se avessimo tralasciato qualcosa di molto importante nella sua impostazione di base. A prescindere da quale sia questo qualcosa, risulta evidente che all’attuale stato della conoscenza non si può sostenere con cognizione di causa che Dio sia ormai morto e sepolto e se ne possa fare a meno grazie al prosperare della cultura scientifica.

Il fatto che gli studiosi atei non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa tematica, dimostra una volta di più come non ci si possa occupare di Dio in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, e senza cercare una spiegazione razionale ed esauriente a tutte le questioni che lo riguardino.

Per comprendere quale sia il ruolo corretto da assegnare a Dio in ambito scientifico si può fare riferimento ai miei libri: “Tutte le verità su Dio”, “La natura dell’esistenza” e “La coscienza dell’esistenza”.

L’origine rivelata della nozione di Dio

II credenti accettano la nozione di Dio come parte della rivelazione, nel preciso senso che Dio c’è, esiste, ed è esattamente quello che viene loro presentato dai testi sacri e dai profeti. In questo senso Dio viene a costituire qualcosa di dato in partenza, di già conoscibile al massimo grado di possibilità a noi consentito e voluto da lui. Non c’è in altre parole da parte dei credenti nessuna propensione a fare indagini ulteriori e trovare un senso più profondo a ciò che rappresenta Dio veramente.

Se un simile atteggiamento è ammissibile e comprensibile da parte dei credenti, diverso invece deve essere l’approccio degli studiosi: i quali hanno il dovere di approfondire e dare un senso ben preciso alla nozione di Dio. Quello che dovrebbero fare a riguardo è stabilire innanzitutto se si tratta di una nozione coerente in sé stessa, ovvero capace di descrivere un Dio dotato di un qualche senso logico, e successivamente se le sue proprietà risultino conformi a quello che sappiamo sul funzionamento della natura.

Poiché nelle religioni rivelate Dio è descritto indicativamente come un essere onnipotente, onnisciente, onnipresente che cosciente di sé stesso ha creato l’universo: sono proprio queste le proprietà che gli studiosi credenti dovrebbero prima di tutto approfondire e giustificare. E nel caso in cui queste proprietà non potessero essergli attribuite si dovrà indagare la realtà per verificare se ne mostri altre che pur diverse siano comunque compatibili con una chiara e imprescindibile idea di divinità. Perché se Dio esiste: c’è da ben prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, e potrebbe avere attributi e qualità che pur confacendosi poco con le religioni rivelate di cui noi esseri umani ci siamo dotati, non gli impediscono comunque di essere il creatore di ogni cosa.

Va osservato come per raggiungere un siffatto obiettivo non basti elaborare un’argomentazione astratta più o meno convincente sulla nozione di Dio, ma è altresì necessario riportare e ricondurre le sue proprietà a qualche fenomeno osservabile e ripetibile presente nel nostro universo. Detto altrimenti: una qualsiasi spiegazione data in proposito che però non potesse essere rimandata a nulla di conoscibile e verificabile concretamente si delineerebbe come arbitraria e quindi ingiustificata.

È inutile dire che questo obiettivo non è ancora stato raggiunto, e quindi all’attuale stato della conoscenza non si può sostenere con cognizione di causa come invece fanno gli studiosi credenti che la nozione corretta di Dio sia quella di un ente onnipotente, onnipresente e onnisciente.

Il fatto che gli studiosi credenti non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa tematica, dimostra una volta di più come non ci si possa occupare di Dio in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, e senza cercare una spiegazione razionale ed esauriente a tutte le questioni che lo riguardino.

Per vedere come sia possibile dare una giustificazione della nozione di Dio quale ente onnipotente, onnipresente e onnisciente si può fare riferimento ai miei libri: “Tutte le verità su Dio”, “La natura dell’esistenza” e “La coscienza dell’esistenza”.

L’origine inventata della nozione di Dio

Capire l’origine della nozione di Dio non è solo una curiosità astratta, ma serve per delineare un contesto preciso e coerente entro cui elaborare le proprie convinzioni. Ma ancora più importante: l’analisi del come e del perché la nozione di divinità abbia fatto la sua comparsa all’interno della nostra civiltà può essere addirittura impiegata per comprovare in prima battuta l’esistenza o l’inesistenza di Dio.

Il senso di quest’ultima affermazione può essere ben riassunto dal proverbio: “la mela non cade mai lontano dall’albero”, o detto altrimenti: la conseguenza ci dice sempre qualcosa della causa che l’ha determinata.

Non sorprende quindi che gli studiosi atei, non credendo nell’esistenza di Dio, abbiano cercato e proposto una giustificazione per così dire naturale al ruolo che il divino ha finito per assumere all’interno della nostra civiltà. In sostanza secondo questi studiosi dietro la nozione di Dio non si celerebbe alcun grande mistero né una qualunque altra cosa capace di rimandare a un ché di soprannaturale, ma semplicemente una decisione prettamente umana.

In questo ambito la spiegazione più largamente condivisa è quella seconda la quale la nozione di Dio sarebbe stata elaborata a tavolino da alcuni uomini privi di scrupoli, il cui interesse era propriamente e specificatamente quello di sfruttare l’ingenuità e il timore del popolo di fronte allo scatenarsi degli elementi della natura, per asservirli al proprio egoismo. Detto in termini più espliciti: l’obiettivo di tali uomini nel farsi portavoce di una qualche divinità, era quello di imporre alla popolazione regole a proprio uso e consumo, spacciandole come necessarie al fine di evitare nuove collere divine.

Ogni tentativo di ricondurre la nozione di Dio all’espressione culturale dell’uomo ha però un grande punto debole: l’incapacità di spiegare perché società e culture quasi ad ogni angolo della Terra e in diverse epoche siano giunte l’una indipendentemente dall’altra a sviluppare una loro nozione di divinità. Una simile coincidenza ripetuta in luoghi e tempi così differenti non può essere in alcun modo ignorata, e richiede una spiegazione ben più convincente e articolata di quelle che sono state finora proposte.

In sintesi all’attuale stato della conoscenza non si può sostenere con cognizione di causa che la nozione di Dio sia solo e semplicemente un parto della mente umana, ma dietro di essa deve celarsi qualcosa che noi esseri umani abbiamo connaturato alla nostra natura.

Il fatto che gli studiosi atei non abbiamo saputo affrontare nella maniera adeguata questa tematica, dimostra una volta di più come non ci si possa occupare di Dio in maniera seria ed efficace senza rapportarsi al contesto di fondo in cui ci si muove, e senza cercare una spiegazione razionale ed esauriente a tutte le questioni che lo riguardino.

Per vedere come sia possibile spiegare in modo soddisfacente l’origine della nozione di Dio, si può fare riferimento al mio libro: “Tutte le verità su Dio”.